Siamo tutti affetti da cyberchondria?
Siamo tutti affetti da cyberchondria?

Ihealthyou Redazione, 05 marzo 2018


ARGANTE: I medici non sanno dunque nulla, secondo voi?

BERALDO [fratello di Argante]: Oh, no, fratello mio. Essi possiedono tante nozioni di varia umanità, sanno parlare correttamente in latino, dare un nome greco alle malattie, definirle e catalogarle; ma guarirle no, questo non lo sanno assolutamente fare. […]

ARGANTE: Caro fratello, voi avete il dente avvelenato contro di lui. Ma insomma, veniamo al fatto. Che cosa si deve fare quando si è malati?

BERALDO: Niente, fratello. Bisogna stare in riposo, nient’altro. La natura, quando la lasciamo fare, se la sbriga da sé e corregge a poco a poco il disordine in cui è caduta. È la nostra inquietudine, la nostra impazienza che rovina tutto; quasi tutti gli uomini muoiono dei loro rimedi, non delle loro malattie.


- Molière, 1673, Il malato immaginario, atto III 


L’avvento della digital disruption in ambito sanitario, il fenomeno di Dr.Google e la facilità di accesso alle informazioni offerta dal web sta facendo nascere una nuova generazione di malati immaginari (tanto cari, forse, al buon vecchio Molière che ne avrebbe tratto una commedia): i cyberchondriaci.


Se un semplice mal di testa che ti affligge dalla prima mattina ti porta a cercare su Internet e quindi alla conclusione apodittica che il tuo è un tumore al cervello, allora significa che in realtà stai soffrendo di cyberchondria. - scrive John Markoff in un articolo del New York Times nel 2008 (per leggere l'articolo clicca qui).


Il rischio, quindi, di un accesso illimitato a un’ampia quantità di informazioni mediche è quello di diventare vittima di una malattia virtuale, la cyberchondria, detta anche sindrome da malattia immaginaria, ossia l’ipocondria derivante da una scorretta informazione in rete. Infatti, l'uso della ricerca online come metodologia diagnostica - in cui le query che descrivono i sintomi inseriti nel campo di ricerca e le informazioni estrapolate dai risultati vengono interpretati come conclusioni diagnostiche - può indurre gli utenti a credere che i sintomi comuni siano probabilmente il preludio di gravi malattie. Questa escalation ingiustificata delle proprie preoccupazioni circa una presunta malattia basata sulle ricerche dei propri sintomi in rete può causare un’eccessiva ansia realmente non necessaria, uno spreco di tempo e denaro per approfondimenti medici legati a patologie immaginarie e disorientamento. 


Il primo studio sulla cyberchondria è stato condotto proprio nel 2008 da parte di due ricercatori di Microsoft, Ryen WhiteEric Horvitz, che mostra come l’autodiagnosi porti tendenzialmente a sopravvalutare il problema, generando quell’ansia ingiustificata. 


Secondo gli esperti circa il 2% di tutte le ricerche effettuate sul web è legato alla sfera della salute e circa un terzo del campione analizzato (5.000 dipendenti Microsoft) ha approfondito i risultati della prima ricerca fino ad arrivare a pagine che parlavano di malattie serie e talvolta addirittura incurabili o rare. E più della metà di loro ha dichiarato che la ricerca di informazioni mediche ha interrotto almeno una volta il lavoro e le attività quotidiane.


L’autodiagnosi non solo risulta rischiosa per la propria salute ma può sfociare nella sovra-diagnosi, cioè nell’attribuirsi uno stato di salute peggiore rispetto a quello reale. Un articolo del Journal of Affective Disorders sostiene che le persone più ansiose hanno un maggiore rischio di assumere tali comportamenti. 


Come guarire dalla cyberchondria? Basterebbe fare della rete un uso consapevole e filtrare le informazioni non rilevanti e poco attendibili. E se si avvertono sintomi o se ci si sente male, è sempre meglio, prima di leggersi il referto completo di Dr.Google, chiamare un vero medico. Almeno lui è in carne e ossa e può visitarvi!

Ihealthyou Redazione
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