Chi è lo psicologo: l’importanza di chiedere aiuto
Chi è lo psicologo: l’importanza di chiedere aiuto

Federica Ambra Piacenza, 10 ottobre 2017


Chiedere aiuto, soprattutto in condizioni di forte sofferenza psicologica, può diventare un ostacolo insormontabile per chi sta male. Rivolgersi ad un professionista della salute mentale scatena una serie di paure, a volte poco razionali ma coerenti con la condizione di disagio, che tendono a bloccare chi soffre in uno stallo nel tempo e nell’azione, che impedisce una qualsiasi forma di pro attività. Il sintomo è poi spesso vissuto come adattivo, in quanto è l’unico modo conosciuto dal paziente per affrontare la vita, diventando dunque il guscio che lo protegge. Affrontare il malessere diviene quindi sempre più difficile, poiché, con il passare del tempo, questo può aggravarsi, cambiare o può essere sostituito da un’altra espressione sintomatica, rendendone ancora più difficile la risoluzione.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, già nel 1948, ha definito la salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità”. Nonostante la definizione sia riconosciuta e compresa dal mondo contemporaneo, e, nonostante la diffusione sempre più marcata della cultura del corpo, dell’alimentazione sana e del benessere fisico, la salute mentale si colloca ancora su un gradino inferiore per importanza e attenzione.

Nella nostra società, dire che si è in trattamento psicofarmacologico o in psicoterapia fa ancora paura. Dichiarare di prendersi cura di sé anche a livello psicologico si tiene nascosto, come fosse una colpa di cui vergognarsi. Rivolgersi ad uno psicologo è già di per sé un passo verso la guarigione e il raggiungimento del benessere: richiede infatti la messa in campo di risorse positive, di forza di volontà e di protezione nei confronti della propria persona, elementi imprescindibili per stare bene.

Ancora oggi però, ciò che non si conosce fa paura, ed è per questo che parlare di malessere psicologico è ancora un tabù. La mancanza di definizioni univoche, il pregiudizio e la mancanza di conoscenza dei disturbi mentali pongono il paziente in difficoltà e lo rendono impossibilitato ad agire, per paura di essere additato come diverso, matto o come causa del suo stesso malessere.  Lo stigma che ne deriva rende spesso complesso ammettere di avere un problema e riconoscere e dare importanza alla sofferenza. Il fatto di poter parlare di malattie mentali, ma anche di riconoscere come normali e comuni le difficoltà relazionali, comportamentali o emotive è già un primo passo per abbattere lo stigma che aleggia sui pazienti psichiatrici e su chi si rivolge agli psicologi.

Chi chiede aiuto non è strano, ma anzi, ama sé stesso e si prende cura di sé. Un ulteriore nodo critico che rende difficoltoso muovere i primi passi nella richiesta di aiuto riguarda la convinzione di dovercela sempre fare da soli. L’autocura diviene dunque un tentativo di tamponare il sintomo mettendo in campo delle strategie di controllo, di sedazione e contenimento spesso imparate grazie alle esperienze passate. Il sintomo però, o la difficoltà contingente alla specifica condizione, veicola sempre un qualcosa che necessita di essere ascoltato. Se sarà ignorata l’origine del proprio dolore e ciò che il sintomo ha da dirci, l’autocura non sarà più efficace e anzi il disagio psicologico si presenterà con un’altra veste. In questo caso, il volercela fare a tutti i costi senza aiuto potrebbe presentare il rischio di andare a rinforzare proprio quei meccanismi mentali che erano all’origine del malessere, innescando dei circoli viziosi che potrebbero diventare via via sempre più rigidi e disfunzionali.

Chiedere aiuto non è manifestazione di debolezza né di fragilità, ma anzi, ancora una volta, rende evidente la motivazione che guida il soggetto a voler stare meglio. Nella vita di ciascuno, più spesso di quanto possiamo immaginarci, è possibile incontrare momenti di dolore, di confusione, stati di agitazione, o di difficoltà dettate da ogni genere di condizione esterna o interna al soggetto.

Guardare in faccia il malessere, riconoscerlo, attribuirgli importanza, ascoltarsi e abbattere il muro che ci separa dal chiedere aiuto è il primo passo per cominciare a stare meglio e per uscire dalla solitudine che si origina nella sofferenza

Dottoressa in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia. La mia formazione è cominciata al Liceo Classico Beccaria, dove ho potuto approfondire una delle mie più grandi passioni: la letteratura. Ho poi frequentato il corso di laurea in Psicologia presso l’Università Bicocca di Milano, qui, mi sono laureata a pieni voti con una tesi sperimentale sul Binge Eating Disorder in adolescenza. Attualmente sto svolgendo il tirocinio professionalizzante all’abilitazione del ruolo di Psicologa presso un servizio pubblico di psicologia clinica. Sono inoltre iscritta ad un Master di Psicodiagnostica clinica e forense che frequento a Padova.


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