Maternity blues: la depressione postpartum raccontata dal cinema
Maternity blues: la depressione postpartum raccontata dal cinema

Ihealthyou Redazione, 11 gennaio 2018


Sono sempre più i film che provano a mettere in scena tematiche psico-socialidrammisentimentiemozioni della nostra società. Oggigiorno, infatti, il cinema non svolge più una semplice funzione sociale d’intrattenimento, ma diventa un mezzo di sensibilizzazione e di catarsi, in grado di creare immedesimazione e coinvolgimento emotivo.


E catartico è il film Maternity Blues di Fabrizio Cattani del 2011, tratto dall'opera teatrale From Medea di Grazia Veranasi, un film che narra le storie di quattro donne (Clara, Rina, Eloisa, Vincenza) diverse tra loro, tuttavia legate da una colpa comune: l’infanticidio. Storie di dolore, sensi di colpa verso se stesse e i propri figli, responsabilità per una maternità abortita e un gesto estremo commesso. Storie nude e crude, pungenti, realistiche al punto da sbatterci in faccia l’altro lato della medaglia dell’essere madre. “Non tutte le donne sono nate per essere madri”, confida Clara che sceglie di affrontare sola il proprio senso di colpa rifiutando il perdono e l’amore di suo marito. Perché la maternità, seppur uno degli eventi più belli nella vita di una donna, non è soltanto un atto, un momento naturalmente felice. La maternità può generare doloresofferenzatristezzamalinconia

L'esperienza della nascita, sopratutto se si tratta del primo figlio, può determinare nelle neo-mamme notevole stress e maggior vulnerabilità agli sbalzi d'umore. La stanchezza dovuta al parto, i dubbi e le insicurezze sulla capacità di accudimento del proprio bambino possono insorgere frequentemente durante i primi giorni dopo la nascita e possono condurre la donna a vivere una fase di “depressione”, definita depressione post-partum. Gli stessi stati d’animo provati da quelle quattro donne che in qualche modo sole si trovano a compiere un gesto disperato. 

Sin dal primo momento, le storie delle quattro protagoniste si intrecciano, evolvendosi in finali differenti: mentre alcune sembrano riappropriarsi pian piano della propria vita, altre crollano fino a compiere un gesto estremo anche contro se stesse. Costrette a trascorrere il loro tempo all'interno dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (MN), espiano una condanna che è soprattutto interiore: quel senso di colpa per l’atto che ha vanificato le proprie esistenze. Una convivenza forzata che a sua volta genera la sofferenza di leggere la tragicità del proprio gesto in quella dell’altra e che alla fine permette ad amicizie e spezzate confessioni di germogliare.

Non si pone l'accento sui dettagli macabri dei gesti compiuti dalle donne, ma vengono piuttosto indagate le reazioni emotive, i pensieri, i sentimenti provati nel tentativo di riappropriarsi della propria identità e di cercare di convertire il senso di colpa in nuova energia vitale. Una conversione che avviene, giorno dopo giorno, sia attraverso delle attività comuni volte alla riabilitazione sociale (come, ad esempio, il corso da parrucchiera, da cuoca, etc.) sia a livello terapeutico, mediante sedute di psicoterapia individuali e collettive.

Maternity Blues è un film duro, così come lo è il confrontarsi con quelle storie, storie vere come la vicenda mediatica scatenata dal caso Franzoni che ha dato vita al film stesso. Il film, infatti, si oppone dunque all'attuale (dis)educazione trasmessa dai mass media che istiga alla condanna e al facile giudizio nei confronti di queste donne etichettate unicamente come “assassine”, mostrando, invece, come siano loro stesse vittime del proprio malessere. 

Si tratta, molto spesso, di donne trascurate o abbandonate, incapaci di trovare da sole la forza per riconoscere uno stato depressivo, per reagire o per chiedere aiuto. Il gesto che esse hanno compiuto è atroce ma non incomprensibile. È questo il duro passo che il regista chiede di compiere. Il cosiddetto "istinto materno", che secondo l'opinione comune è impensabile possa vacillare e tanto meno cedere a un simile abominio, è in un certo senso demistificato e considerato, come altri istinti umani, ugualmente vulnerabile. Può davvero la maternità essere sofferenza e condurre una madre a compiere un simile gesto?

Forse è in questo che il film diventa catartico, dal momento che, non giudicando né assolvendo, cerca di favorire un coinvolgimento empatico nei confronti delle protagoniste. Ciò porta lo spettatore a riflettere sulla condizione di profondo e pervasivo dolore delle donne, mettendo in evidenza la sottile linea di demarcazione tra infanticidio compiuto per negligenza o maltrattamento e quello legato ad una condizione di sofferenza mentale dovuta alla depressione postpartum.



E penso che non esista al mondo una roccia che un giorno non si sbricioli, dentro o fuori, sia che si veda sia che non si veda e mi sorprendo ancora di quanto può essere ostinato e resistente il cuore di una donna.




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Ihealthyou Redazione
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