Del Dottor Pelosone, della paura non paura e della vita.
Del Dottor Pelosone, della paura non paura e della vita.

Ihealthyou Redazione



Domani mattina vado al lavoro, ho preparato tutto: vestiti puliti, oggetti disinfettati, Spaghetto, il mio gatto di lana, il fonendoscopio e le bolle di sapone e…io? Io sono Antonio Panella, ma nel mio lavoro mi chiamano Dottor Pelosone

Sono un Dottor Sogni e insieme ad altri colleghi, sparsi in tutta Italia, visitiamo i bambini in ospedale per conto di Fondazione Theodora Onlus.

Non usiamo gli strumenti canonici dei dottori e la nostra provenienza non è medica, ma artistica, la nostra specialità è visitare attraverso il gioco.

Visitare, entrare nella stanza di un bambino in ospedale. Apri quella porta e ogni volta è una storia diversa attraverso la malattia. Una vita fatta di tante altre vite, speranze, timori e delusioni, ma comunque vita.

Il paradosso è l’elemento che sento più vicino in questo lavoro, il paradosso di portare un naso rosso in ospedale, il paradosso di vedere il dolore dei bambini, il paradosso di ridere in un luogo come l’ospedale.

Raccontavo all’inizio della preparazione di tutti gli oggetti del lavoro: è un rituale necessario, dato che le norme per la tutela dell’igiene sono fondamentali, avendo a che fare con reparti come oncologia, ematologia, trapianto del midollo osseo. Tanto è importante questa preparazione, quanto è inutile impostare e decidere a priori ciò che riguarda i contenuti della visita con i pazienti.

La cosa importante è l’ascolto. Ascolto…è una parola, come tradurla in concreto? Facendo il meno possibile.

Quando apro la porta della stanza di un bambino ricoverato la domanda che mi aiuta è: “Cosa aiuta me a stare bene?”. Solo così posso capire cosa può essere utile al bambino.

Può capitare di avere paura a entrare, non sapere da dove partire, e allora più accetto questo, più ci gioco, e più anche il bambino gioca col suo timore e le sue insicurezze. Riuscire a non farsi prendere dall’ansia di strafare è già una buona conquista, ed è in quello spazio sospeso, che spesso è riempito da una bolla di sapone, che arriva la fatidica cosa giusta.

Il nostro lavoro mira a creare una relazione che coinvolga anche i genitori e personale ospedaliero e devo riconoscere che la collaborazione tra tutti migliora la qualità della vita in ospedale e fa sì che rimanga un segno anche quando ce ne andiamo.

Capita di trovarsi nella stanza col primario e mentre questi visita il bambino, io visito lui. Un’azione di questo tipo permette di rendere più vicina anche la figura in camice bianco, sia per il paziente sia per i genitori. L’umanizzazione dell’ospedale è uno dei filoni da perseguire per stemperare la paura che spesso la fa da protagonista.

La paura che tutti vogliono non vedere, “non c’è paura”, ma come si fa certe volte a non avere paura? Allora mettersi un ciuccio, cominciare a saltare e abbracciare i medici o i pilastri (perché anche Pelosone ha paura) a volte fa sentire meno soli e aiuta a stemperare la paura, a non negarla. 

Un giorno un’educatrice si avvicina con un bambino e mi dice che lui ha paura dei clown. A quel punto gli ho confessato che aveva ragione e che anch’io da piccolo temevo alcuni pagliacci. Gli ho detto che comunque io ero prima di tutto una persona come lui, solo che mi sarei messo un po’ di trucco e dei vestiti colorati. L’ho preso con me e ha visto come mi truccavo, si è truccato anche lui, gli ho fatto indossare un mio camice ed è stato il mio assistente per tutto il giorno. Aver svelato il “trucco” l’ha rafforzato.

Spero che anche attraverso il nostro lavoro e al lavoro di tanto personale in gamba, l’ospedale possa essere visto come un luogo che riguarda tutti, sani e malati, perché la malattia e la morte non sempre si possono evitare, ma l’isolamento sì. Anche per questo domani vado a lavorare.




Antonio Panella - Dottor Pelosone

Data pubblicazione: 28 settembre 2018
Data ultimo aggiornamento: 12 settembre 2018
Ihealthyou Redazione
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