Linfoma non Hodgkin

Sinonimo: NHL, Non-Hodgkin Lymphoma

Illustrazione di un corpo umano e sistema linfatico per descrivere il linfoma non Hodgkin, o NHL, Non-Hodgkin Lymphoma

 

I linfomi non Hodgkin (NHL, dall’inglese Non-Hodgkin Lymphoma) sono tumori maligni che derivano dalla trasformazione neoplastica di cellule del sistema immunitario. Si presentano come ingrossamenti dei linfonodi o come tumori solidi che possono crescere in qualunque organo.

 

Un linfoma che non presenta le caratteristiche peculiari del linfoma di Hodgkin è chiamato linfoma non Hodgkin, e ne esistono forme molto diverse per presentazione ed evoluzione: l’ultima classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ne individua più di 60 sottotipi.

 

 

Indice degli argomenti

 

 

Descrizione del linfoma non Hodgkin

I linfomi non Hodgkin sono il risultato della trasformazione maligna di alcuni globuli bianchi, o leucociti, a vari stadi di maturazione, e più nello specifico dalla trasformazione di leucociti che derivano da cellule staminali ematopoietiche di tipo linfoide: i linfociti T, i linfociti B e le cellule Natural Killer (NK).

 

La maggior parte (85-90%) dei linfomi non Hodgkin derivano dai linfociti B, inclusi i due sottotipi più comuni: il linfoma diffuso a grandi cellule B (DLCBL, dall’inglese Diffuse Large B-Cell Lymphoma) e il linfoma follicolare. Le forme aggressive dei linfomi non Hodgkin possono metastatizzare. Per esempio, il linfoma di Burkitt, un linfoma aggressivo legato all’infezione da virus di Epstein-Barr, ha la tendenza a diffondere rapidamente al sistema nervoso centrale.

 

 

 

 

 

Categorie di linfomi non Hodgkin

I linfomi non Hodgkin possono essere raggruppati in due grandi categorie:

  • linfomi a basso grado, indolenti, che progrediscono molto lentamente, come il linfoma follicolare;
  • linfomi ad alto grado, aggressivi, come il linfoma diffuso a grandi cellule B.

 

In Italia, secondo i dati dell’AIRTUM (Associazione Italiana Registri Tumori), nel 2020 erano attesi circa 13.200 nuovi casi di linfoma non Hodgkin, il 3% circa di tutte le diagnosi di tumore.

 

È uno dei primi dieci tumori per frequenza e colpisce i due sessi in misura quasi uguale. Si stima che un uomo su 45 e una donna su 63 sviluppi un linfoma non Hodgkin nel corso della propria vita. Il linfoma non Hodgkin, salvo poche eccezioni, insorge in età medio avanzata.

 

 

Fattori di rischio del linfoma non Hodgkin

I fattori di rischio per il linfoma non Hodgkin includono:

  • malattie autoimmuni, come artrite reumatoide, lupus sistemico eritematoso, e sindrome di Sjogren;
  • infezioni batteriche e virali, come quelle dovute a Helicobacter pylori, oppure il virus di Epstein-Barr, HIV, e virus dell’epatite C;
  • immunodepressione causata da terapie, come l’uso di farmaci antirigetto dopo un trapianto d’organo, chemioterapia, e radioterapia, oppure secondaria ad altre cause come nel caso dell’AIDS;
  • stili di vita (p. es. abitudini che favoriscono l’obesità);
  • malattie genetiche (p. es. la sindrome di Wiskott-Aldrich);
  • storia familiare, come avere un parente di primo grado con linfoma non Hodgkin;
  • fattori occupazionali: alcune sostanze chimiche, come l’1,3 butadiene, usato nella produzione delle gomme sintetiche, o la 2,3,7,8-tetracloro-dibenzo-para-diossina, un contaminante dei diserbanti, sono infatti sospettate di favorire l’insorgenza dei linfomi non Hodgkin.

 

 

Foto di medico endocrinologo mentre tasta il collo di una paziente per rilevare la presenza di un linfoma non Hodgkin

 

 

Sintomi dei linfoma non Hodgkin

Nella maggior parte dei pazienti il linfoma non Hodgkin si manifesta con una linfoadenopatia che non provoca dolore. Anche la splenomegalia, cioè ingrossamento della milza, è una possibile manifestazione del linfoma.

 

In alcuni pazienti, ma non in tutti, possono presentarsi sintomi sistemici come febbre, sudorazione notturna, perdita di peso involontaria e prurito. Trattandosi di un gruppo eterogeneo di patologie che possono coinvolgere qualunque organo, sono possibili moltissime manifestazioni diverse con sintomi comuni a una vasta gamma di altre malattie.

 

 

Come si diagnostica il linfoma non Hodgkin

Molto spesso la malattia viene scoperta in maniera casuale durante accertamenti per altre patologie, per esempio con delle radiografie. Ciò che porta il paziente a consultare il medico è solitamente l’ingrossamento di uno o più linfonodi.

Inoltre, se il linfoma coinvolge i reni o il fegato i risultati degli esami ematochimici che valutano la funzione renale e quella epatica possono risultare alterati. Il coinvolgimento del midollo osseo può causare anemia, trombocitopenia (diminuzione del numero delle piastrine) o neutropenia (diminuzione del numero dei neutrofili, un tipo di globuli bianchi), condizioni rivelabili con l’emocromo. Spesso i pazienti con linfoma presentano livelli elevati di lattato deidrogenasi, anche se la sua presenza elevata, da sola, non è un indicatore di linfoma.

 

La diagnosi definitiva di linfoma non Hodgkin può essere solo eseguita tramite biopsia del linfonodo o della massa sospetta; il campione viene esaminato al microscopio con un’analisi istopatologica e viene sottoposto a test molecolari per stabilire il sottotipo di linfoma. Se ad essere ingrossati sono i linfonodi del mediastino, la parte centrale della cavità toracica, per effettuare la biopsia si ricorre alla mediastinoscopia.

 

Una volta accertata la presenza del linfoma è necessario stabilirne lo stadio. Con la stadiazione si definisce quanto la malattia si è diffusa nell’organismo. A questo scopo si utilizzano principalmente la tomografia computerizzata (TC) e la tomografia a emissione di positroni (PET) o la loro combinazione (PET-TC). Per valutare il coinvolgimento del midollo osseo si esegue una biopsia del midollo osseo. Infine, per valutare la diffusione del linfoma a livello del sistema nervoso centrale si analizza un campione di liquido cefalorachidiano ottenuto mediante rachicentesi.

 

 

Come si cura il linfoma non Hodgkin

Il percorso terapeutico viene scelto in base al sottotipo di linfoma, per questo motivo è fondamentale che la diagnosi sia corretta. Nel caso dei linfomi indolenti non sintomatici si può adottare un approccio di vigile attesa, non somministrando nessun trattamento finché la malattia non progredisce.

 

Generalmente, per curare i linfomi non Hodgkin si ricorre alla chemioterapia associata alla radioterapia e/o all’immunoterapia, ed in particolare si utilizzano anticorpi monoclonali anti-CD20 come il rituximab. I linfomi non Hodgkin tendono a rispondere bene alle terapie, come dimostrato dal tasso di sopravvivenza a 5 anni, pari al 65%; si tratta però di un valore medio che considera tutti i sottotipi. La sopravvivenza raggiunge il 90% per alcuni linfomi indolenti a cellule B, ma è notevolmente più basso per i linfomi aggressivi come alcuni rari linfomi a cellule T. Nel caso dei linfomi a cellule B, la combinazione di chemioterapia e immunoterapia ha aumentato in misura significativa le possibilità di curare con successo la malattia.

 

Il trapianto di cellule staminali ematopoietiche (o il trapianto di midollo) rappresenta un’opzione per i pazienti che hanno una ricaduta della malattia. In anni recenti, per i pazienti con alcuni sottotipi di linfoma non Hodgkin a cellule B (p. es. il linfoma diffuso a grandi cellule B, il linfoma mantellare e il linfoma primitivo del mediastino a grandi cellule B) che non rispondono alle terapie standard o che vanno incontro a recidiva, si è resa disponibile l’immunoterapia con cellule CAR-T, una terapia avanzata basata sull’ingegnerizzazione delle cellule immunitarie del paziente.

 

Le terapie CAR-T attualmente approvate ed erogate dal Sistema Sanitario Nazionale italiano sono tisagenlecleucel, axicabtagene ciloleucel, e brexucabtagene autoleucel.

 

 

Fonti

In sintesi

Il linfoma non Hodgkin è un tumore maligno del sistema immunitario, di cui ne esistono moltissimi sottotipi a carattere più o meno aggressivo.

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